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21 agosto 2008

I tried so hard and got so far... in the end it doesn't even matter...

Alzataconpugno non c'è più... come tante cose si è esaurita, consumata, è finita... è un  periodo della vita cominciato quasi per caso, per capire dall'interno come funzionava il mondo dei blog e delle comunità. Quando ho cominciato su splinder eravamo ancora pochi i blogger italiani. Quando sono passata a il cannocchiale è stato perchè era una piccola comunità in cui ci conoscevamo tutti, tra litigi ed amicizie vecchie e nuove.

Alzataconpugno in qualche modo è cambiato... in meglio o in peggio sarà il futuro a deciderlo... di sicuro cercherà nuovi stimoli, lei la donna bianca che ha dovuto imparare a farsi rispettare dai pellerossa... lei che forse, a breve, indosserà una divisa... lei che ha visto, e forse vedrà di nuovo, la guerra e i suoi orrori, ma anche la forza che la gente sa tirare fuori in quelle situazioni... lei che non smetterà mai di sognare e di crederci, di arrabbiarsi e di rimanere delusa... lei che ricomincerà da un'altra parte e chissà magari - se vorrete, se vi interesserà ancora - voi la ritorverete...

E' stato un  bel viaggio, grazie a tutti...




permalink | inviato da alzataconpugno il 21/8/2008 alle 19:9 | Versione per la stampa

31 luglio 2008

Viaggio in Ciad. Laggiù dove scompaiono le ombre

 Ci vogliono quattro ore di volo per arrivare ad Abechè. Lo stesso tempo che impiegano i voli charter a raggiungere le spiagge di Hurgada e Marsa Alam sul Mar Rosso. Lo stesso tempo che impiega un C17 – l’aereo militare che gli statunitensi utilizzano per il trasporto di truppe e mezzi – per arrivare all’Aeroporto Internazionale di Baghdad.
Ma Abechè non ha il mare che i turisti italiani amano tanto. E non ha neanche la visibilità della capitale irachena o il suo glorioso passato, la magia delle mille e una notte confusa in un mare di hammer color sabbia ed M16 spianati.
Abechè, quarta città più grande del Ciad e capoluogo della provincia di Ouaddai, non fa notizia. Non fa notizia nonostante le condizioni in cui vive la sua popolazione, la cui speranza di vita va difficilmente oltre i 40 anni e che – come sostengono le proiezioni abbastanza realistiche delle organizzazioni sanitarie internazionali – si confrontano con la pandemia dell’Aids che qui colpisce quasi la metà degli individui. Non fa notizia nonostante i pick up carichi di uomini ed Rpg – le armi portatili anti-carro - che attraversano strade rese ancora più polverose da una stagione delle piogge che tarda, ormai da oltre un mese, ad arrivare. Non fa notizia nonostante qui vi sia un conflitto mai dichiarato apertamente e strettamente legato a quello in atto nella confinante regione del Darfur che – con la sua etichetta di “guerra dimenticata” ormai assurta a slogan internazionale – si merita molta più visibilità e suscita maggiore interesse.
Eppure sulla piccola e dissestata pista dell’aeroporto, dove non è raro veder passare alcuni gruppi di capre smagrite in cerca di un luogo adatto al pascolo, stazionano velivoli bianchi con la scritta UN in evidenza accanto ai Mirage, gli aerei da caccia dell’aviazione militare francese. Eppure pochi metri oltre i velivoli in attesa dei loro equipaggi, si trova una base militare – Camp Croci – funzionante per l’Operazione francese “Epervier” e al cui interno lavora un contingente nazionale italiano, circa 100 militari provenienti da tutte le forze armate e inquadrati nella missione dell’Unione europea di transizione Eufor “Chad-Rca” che opera in stretto coordinamento con la presenza multidimensionale delle Nazioni Unite nella zona est del Ciad e nel nord-est della Repubblica Centrafricana. La struttura ospedaliera da campo è ospitata sotto alcune tende nei pressi dell’ingresso della base. Al suo interno non manca nulla: apparecchi radiografici, sala operatoria, ambulatorio e pronto soccorso, rianimazione, piccoli reparti di degenza e il sorriso dei “ragazzi”, di ogni ordine e grado, che prestano la loro opera tutti i giorni con temperature che possono anche superare i 60 gradi, e che ti dicono “però non c’è tanta umidità”, offrendoti un caffè fatto rigorosamente con la moka portata qui dall’Italia.
La Task Force “Ippocrate” - questo è il “nome di battaglia” del contingente nazionale – secondo il mandato iniziale avrebbe dovuto garantire esclusivamente il sostegno sanitario a favore del personale della missione EUFOR, dell’operazione delle Nazioni Unite denominata Minurcat e dei civili eventualmente feriti durante lo svolgimento delle attività militari in tali ambiti. Ma agli italiani del corpo sanitario militare e al personale di staff, presente a supporto del dispositivo medico e del quartier generale, è bastato visitare una sola volta il vicino ospedale civile di Abechè per decidere che una struttura in grado di fornire cure sanitarie con livelli qualitativi pari agli standard europei non poteva limitarsi ai compiti inizialmente stabiliti. Così da giugno di quest’anno l’ospedale ha aperto un ambulatorio per assistere la popolazione locale, quella stessa che all’ospedale civile – rigorosamente a pagamento – non trova neanche le apparecchiature per la diagnostica più elementare. I civili vengono inviati presso la struttura militare dal dott. Pius Knecht, medico e avvocato svizzero che fa parte di una piccola task force civile finanziata dai fondi europei attraverso la cooperazione tedesca. Pius scuote la testa quando gli si chiede come si lavora in Ciad, lui che è stato in Afghanistan e Libano: “qui regna solo la corruzione. Nell’ospedale civile ci sono persone che operano senza essere medici e si fanno pagare. Ed è impossibile avere il controllo della struttura, così come è impossibile individuare le patologie e fornire la terapia perché non abbiamo strumentazione e medicinali. La gente non ha fiducia in questa struttura perché sa che una volta entrati nella maggior parte dei casi non se ne esce vivi”. Dove finiscano i soldi stanziati per l’ospedale Pius non lo sa, o forse lo immagina, ma non vuole dirlo… Forse sono fermi ad N’djamena, la capitale del paese, o magari già sul conto di qualche governativo in nome della difesa del paese dai ribelli, appoggiati dal vicino Sudan, che a febbraio hanno attaccato anche il palazzo presidenziale.
Di certo che c’è che di fronte alle camerate piene di letti e corpi umani, di bambini che soffrono – e nella maggior parte dei casi muoiono – per la denutrizione, di fronte alle donne che, con grande dignità e in silenzio, vegliano sui parenti ricoverati, gli italiani hanno chiesto – e ottenuto non senza qualche difficoltà nel superare le perplessità generali, e quelle dei francesi in particolare – l’autorizzazione da parte dell’Unione europea a svolgere presso il loro ospedale assistenza umanitaria nelle mattine del martedì, del giovedì e del sabato. La restrizione principale è quella di non impegnarsi in interventi che abbiano una durata troppo lunga, poiché la precedenza viene comunque data al personale militare e civile delle missioni, ivi compreso quello ciadiano. E può accadere, come è già successo, di trovarsi improvvisamente a dover fronteggiare un’emergenza con 80 persone con ferite da razzi ed rpg, corpi sdraiati nell’hangar del vicino aeroporto in attesa del triage, codici e colori che stabiliscono priorità di cura e speranze di sopravvivenza.
È grazie a questi uomini – attualmente comandati dal colonnello Angelo Turi, guidati nelle attività mediche dal colonnello medico Giuseppe Caldarelli e supportati dagli uomini del reparto di sanità del 6° reggimento di manovra al comando del Ten. Col. Giuseppe Morsellino - che il piccolo Osman, cinque anni, può sorridere, accanto alla sorellina e alla madre, reggendosi in bilico sulle stampelle. Ha perso una gamba dal ginocchio in giù, in seguito al morso di un serpente. La famiglia non aveva i soldi per portarlo in ospedale e ha provato a farlo curare da un guaritore locale. Osman stava per morire, ma i medici italiani gli hanno salvato la vita, anche se non hanno potuto fare nulla per la gamba… Ma lui continua a sorridere a tutti, gioca con i medici e gli infermieri che gli hanno insegnato qualche parola in italiano e che si sono rivolti alla Croce Rossa Internazionale per fargli avere un arto artificiale. Si lascia fotografare a patto che gli si mostri il risultato e ride quando vede l’immagine della sorellina sullo schermo della macchina fotografica. È diventato interista nonostante indossi una maglietta un po’ stinta del Chelsea, perché il colonnello medico precedente tifava per i neroazzurri… ora quello nuovo, subentrato da poco, cerca di convertirlo invano alla fede milanista. Osman non piange e non ti chiede nulla, con le stampelle è diventato bravissimo e veloce. Ogni tanto osserva il suo moncherino avvolto nella garza bianca, poi ti guarda e sorride e, se sta mangiando qualcosa, te la offre allungando la manina. “Sai che hai l’età di mio figlio?” gli dice un giovane ufficiale con il camice verde… Poi, rivolgendosi direttamente a me, osserva: “E’ diventato la nostra mascotte”. Come lo fu il piccolo Mustafà che in Libano, ai tempi della prima missione guidata dal generale Angioni, venne adottato dal contingente italiano e dall’allora presidente Sandro Pertini.
Essere considerati “italiani brava gente” non è poi così male come qualcuno sostiene, soprattutto ad Abeché dove, per la latitudine, le ombre scompaiono e forse la vita è difficile ma, paradossalmente, più vera...




permalink | inviato da alzataconpugno il 31/7/2008 alle 18:29 | Versione per la stampa

4 luglio 2008

Ho perso le parole...

... oppure sono loro che perdono me.

Quando il dolore e la delusione sono così forti che neanche riesci ad esprimerli... E quando tutto intorno sembra dire esattamente il contrario di quello che tu pensi o sai o immagini che sia...

Quando non ti riconosci in quello che gli altri vogliono da te... E quando non sei quello che dovresti essere...

Quando non riesci a fartene una ragione... E quando ti tolgono anche il diritto a stare male per questo...

Quando tutti pensano che siano cazzate, ma cazzate non sono... E quando hai scelto di non creare problemi, e anche questo ti viene criticato...

Quando hai parlato tanto, forse anche troppo. Ma non c'è stato nessuno che ti ha ascoltato, che ti ha capito, mentre tu continuavi a cercare di capire...

Allora forse è il momento di tacere...




permalink | inviato da alzataconpugno il 4/7/2008 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa

24 giugno 2008

Momenti e situazioni...

Ci sono momenti e ci sono situazioni... anche se faccio una certa fatica a coglierne la differenza... O forse i momenti passano e le situazioni restano o si risolvono... Ma quando non c'entri nulla, quando ti senti una specie di aliena, di intrusa. Quando ti sembra di essere stata invitata a una festa per cui non hai l'invito, ma proprio non vuoi (o non puoi) fare inviti di alcun tipo per poterci rimanere... E' in quel momento che vorresti spegnere tutto, che vorresti essere un'altra persona, che vorresti lasciar perdere tutte le situazioni e addormentarti... per sempre...




permalink | inviato da alzataconpugno il 24/6/2008 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

4 maggio 2008

A volte...

... bisogna capire che non solo non si può fare tutto da soli... ma talvolta non si può fare e basta...




permalink | inviato da alzataconpugno il 4/5/2008 alle 20:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

30 aprile 2008

Specie in via di estinzione

Se chiederanno o meno di essere protetti lo scopriremo solo vivendo, come direbbe il poeta. Intanto stanno già lentamente scomparendo dai nostri teleschermi o forse, come in tutte le competizioni, sono semplicemente oscurati dai volti felici dei vincitori e da qualche braccio teso di troppo (ma questa è un’altra storia…).
Arcobaleni, nostalgiche falci e martello più o meno celate tra simboli pacifisti, rossi e verdi particolarmente accesi, che vanno sbiadendosi sui pochi manifesti elettorali che ancora resistono nell’ormai avviata era Berlusconi/Bossi/Alemanno… i primi a sparire sono stati loro, cancellati da percentuali che neanche Mastella oltre i confini di Ceppaloni avrebbe mai potuto immaginare. Spariranno così dal Parlamento italiano (almeno fino a data da destinarsi) i maglioncini di cachemire e i porta-occhiali in pelle di Bertinotti. E con il look londinese dell’ex leader di Rifondazione Comunista (ma chi si accorgerà del nuovo?) spariranno anche gli impeccabili tailleur del primo transgender eletto in Parlamento (e gli incubi di molti elettori conservatori o, semplicemente, di coloro che ancora non riuscivano a pronunciare – e comprendere - il termine transgender…), spariranno le sparate (con tanto di proiettili in busta) del no-global in salsa napoletana Caruso prontamente sostituite però da quelle di Umberto Bossi (3.000 martiri leghisti armati di fucile se non si faranno le riforme… praticamente il “riformismo armato”!). Spariranno anche volti noti (qualcuno potrebbe dire “famigerati”) da De Mita a Mastella e a tanti altri con loro, qualcuno ne sentirà la nostalgia, magari tra qualche anno grazie a quell’eterna filosofia nazionale che si può riassumere in “si stava meglio quando si stava peggio”, la stessa che a guardare la composizione delle camere – in questo ma anche nel passato governo – ha fatto sospirare più di un elettore al pensiero del vecchio CAF… No, non quello dove si compila e consegna la dichiarazione dei redditi, ma l’acronimo composto dalle iniziali dei “padroni” della Prima Repubblica: Craxi, Forlani e Andreotti.
Non si sa invece se spariranno Storace e la Santanchè… seppure non eletti come nuovo partito di destra estrema, l’elezione del loro amico di sempre Alemanno a sindaco di Roma potrebbe sdoganarne la presenza un po’ ovunque. E se il primo dovrà trovarsi necessariamente un posto istituzionale un po’ in ombra (anche per fronteggiare accuse e processi relativo al suo governatorato nel Lazio), la seconda ha dalla sua le copertine dei giornali, sempre molto attenti ai suoi mutamenti di look e di umore, come conferma il titolo su un magazine femminile nel post debacle che la ritraeva al telefono nell’atto di chiamare Berlusconi per dirgli: “Non sono stata eletta, ma da donna verticale”, con evidente riferimento alle altre sue note affermazioni in campagna elettorale: “Per fare politica non l’ho mai data a nessuno” e “Berlusconi vede le donne solo orizzontali”. Di fronte all’ondata di neo elette pseudo acqua e sapone, si a sinistra sia a destra, con poche idee ma ben confuse, almeno lei non avrà problemi a farsi vedere e sentire pur restando all’esterno dei luoghi decisionali.
Spariranno anche i sogni veltroniani, lo spirito del “volemose bene” e del buonismo che, dietro i visi tra i 40 e i 50 di Franceschini e del Walter nazionale hanno provato a capovolgere il modo di far politica in Italia, passando dallo scontro al dialogo… ma una cosa così fuori moda (e forse con troppe parole e poche idee effettivamente comunicabili a un pubblico più vasto di quello dei “fedelissimi” del festival del Cinema, della Nutella, delle figurine Panini e delle adozioni a distanza), il “maanchismo” pacato e tranquillo non paga nell’era del Grande Fratello e dei litigi ad Amici. Al punto che, per l’opinione pubblica italiana, appaiono più credibili le dichiarazioni di intenti e la visione del nostro paese di un Flavio Briatore intervistato da Paolo Bonolis a “Il senso della vita”, uno che invece di andare in galera per truffa e bancarotta se ne è andato in Centro America per due anni, uno che non si capisce bene neppure che lavoro faccia, uno che al momento sembra avere come progetto principale le nozze con la Gregoracci. Spariranno in tanti, e con loro porteranno via tante cose. O forse si trasformeranno in qualcos'altro ed entreranno a far parte del nostro immaginatio, di quella memoria selettiva che pensa sempre ai bei tempi andati e ci permette anche di dimenticare quanto sia assurdo, terribile e non democratico avere gente che va in giro a gridare "10, 100, 100 Nassyriah" e a bruciare i manichini dei militari italiani e gente che porta orgogliosa bandiere e pendagli con la croce celtica, fa il saluto fascista e come specie in via di estinzione vedrebbe bene i rumeni e gli zingari... e che questa gente troppo spesso finisce in Parlamento o nei consigli comunali resistendo a ogni forma di estinziona naturale, specie sempre in grado di adattarsi all'ambiente, gli unici che resistono mentre negli Stati Uniti - che tanto critichiamo - una donna e un nero sono in corsa per diventare il leader più potente del mondo.




permalink | inviato da alzataconpugno il 30/4/2008 alle 8:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

2 aprile 2008

E allora: attacchiamo la Kamchakta!

 Decisamente non siamo gli Stati Uniti (ma, in questi ultimi tempi, se sia meglio o peggio non è che sia proprio chiaro), e le nostre campagne elettorali non si giocano o si risolvono su questioni di politica estera. In fondo non siamo, e soprattutto non ci sentiamo, un paese in guerra, e ancora stentiamo a pensare che le crisi in Afghanistan, Iraq, Libano e, persino, nei vicinissimi Balcani possano effettivamente “attentare” alla nostra sicurezza, reale o percepita che essa sia…
Ogni tanto però le tematiche internazionali fanno capolino anche nelle nostre agende elettorali: in qualche dichiarazione di aspirante ministro degli Affari Esteri o della Difesa, per darsi un tono o – più semplicemente e frequentemente – per dire che quello che hanno fatto gli “altri” era chiaramente sbagliato. Tra il “buco della sinistra”, la “tristezza” di Veltroni, le precarie che devono sposare i miliardari (soprattutto se figli del possibile futuro Presidente del Consiglio… ma allora a Berlusca non piace la Toffanin!!??), le cordate fantasma per salvare l’Alitalia, il sospetto di “inciuci” e “larghe intese”, ecco finalmente comparire la politica del risiko! Per dirla con le parole dell’ex ministro della Difesa del governo Berlusconi, Antonio Martino: se il Popolo della Libertà (e la confusione – e il desiderio recondito di non credere che un movimento politico possa utilizzare nel XXI secolo tale definizione - è tale che ho dovuto cercare su google la versione estesa dell’acronimo PdL!) vince le elezioni del 13 e 14 aprile, ci ritiriamo dal Libano e torniamo in Iraq!…
E perché, invece, non attacchiamo la Jacuzia o la Kamchakta? Soprattutto in considerazione del fatto che quest’ultima penisola è l’unico posto dell’ex Unione Sovietica da cui si possono attaccare gli Stati Uniti… ah il “meraviglioso” mondo della Guerra Fredda dove tutto era così semplice e chiaro, quando l’”inciucio” si chiamava Manuale Cencelli e, in fondo in fondo, aveva la sua dignità…
La confusione dei nostri politici in fatto di politica estera è tale che le strategie del Risiko sembrano avere maggiore dignità, persino nel caso in cui più nostalgici sceglievano i carriarmatini rossi e, ignorando deliberatamente l’obiettivo loro assegnato, si lanciavano alla conquista dell’intero globo terraqueo…
Nazioni Unite, Unione europea, Nato, Coalizione dei volenterosi: chi sono costoro per coloro che si spacciano – in maniera pressoché trasversale a tutti i raggruppamenti, partiti e movimenti – come esperti di politica internazionale riempiendosi la bocca di termini come peacekeeping, contro-insurgenza e guerra asimmetrica? Il futuro probabile Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per cercare di distrarre l’attenzione dalle dichiarazioni di Martino, ci ha reso partecipe del fatto che a lui non sono mai piaciute le Regole d’Ingaggio votate dal governo di sinistra (!!??) per la missione in Libano… Così una volta eletta la sua coalizione provvederà a modificarle… Ci piacerebbe sapere come, in considerazione del fatto che le stesse sono stabilite dalle Nazioni Unite e non certo dai singoli paesi partecipanti che, nella migliore delle ipotesi, possono (come nel caso dell’Afghanistan e delle regole di ingaggio Nato) estrarre una specie di “cartellino rosso” per far rispettare dei caveat (delle norme votate dal parlamento nel rispetto delle scelte politiche specifiche del paese) restrittivi rispetto a quanto stabilito dalla coalizione di appartenenza…
In uno scenario internazionale in continuo movimento, in un mondo che diventa sempre più piccolo mettendo in correlazione paesi molto distanti tra loro, non solo dal punto di vista fisico, in cui la minaccia non ha più i connotati di un territorio o di un esercito regolari ma si muove più come i romulani che come i klingoniani di Star Trek, i nostri politici procedono (o, sarebbe meglio dire, restano fermi) per tentativi, confondendo – comincia a essere difficile anche stabilire se volutamente o meno… - missioni di pace e interventi di stabilizzazione e ricostruzione, rincorrendo la politica altrui quando gli altri l’hanno già abbandonata, indecisi se spostare due o tre carriarmatini da una regione a un’altra, più o meno “confinanti”…
Non sono il Libano, l’Afghanistan, l’Iraq, i Balcani o il Chad (eh già, perché per chi non lo sapesse, siamo già in missione da quelle parti…) il problema da affrontare, la questione da collocare in un più ampio disegno generale di scelte di politica estera… L’unica questione è chi ha votato cosa: la destra va in Iraq e la sinistra si ritira, la sinistra va in Libano e la destra vorrebbe andarsene per tornare in Iraq, senza spiegare – davvero e non solo nascondendosi, da una parte e dall’altra, dietro facili slogan o ambiguità assolute – perché lo facciamo e cosa realmente significa…
Si potrebbero organizzare missioni a giorni alterni o, magari, itineranti. Sei mesi a montare e smontare tende e container dimenticandosi del perché lo si fa e del fatto che a farlo sono delle persone di cui nessuno parla mai, a meno che non muoiano…
O più semplicemente entrambe le coalizioni potrebbero inserire tra i punti del loro programma un bell’intervento nella Cita, non fosse altro per sapere finalmente se questo territorio del Risiko esista per davvero...




permalink | inviato da alzataconpugno il 2/4/2008 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

24 marzo 2008

La versione lunga...

... dell'articolo pubblicato su L'Espresso di questa settimana a pagina 92 (repetita juvant per l'autopromozione : )

All’inizio gli americani l’avevano battezzata Green Zone, zona verde, in contrapposizione con l’area rossa dove nessuno poteva considerarsi al riparo dagli attacchi degli insurgents. Rajiv Chandrasekaran, giornalista del Washington Post, l’ha descritta nel libro “Imperial life in the Emerald City, in cui il settore sicuro della capitale irachena appare con tutte le sue contraddizioni e le sue ambiguità. Oggi l’area di Baghdad, che un tempo fu palcoscenico delle gesta di Saddam Hussein, si chiama International Zone o più semplicemente, utilizzando gli acronimi che contraddistinguono il linguaggio degli americani, IZ. Vivere, anche per pochi giorni, in questo pezzo di Iraq che non appartiene più agli iracheni, è come trovarsi in una di quelle palle di vetro con la neve. Un paradosso osservato con superficiale curiosità dal nostro paese - dopo la conclusione della missione Antica Babilonia e nonostante la permanenza dei militari italiani della Nato Training Mission - dove ai fiocchi candidi si sostituisce la polvere gialla e persistente del deserto e delle tempeste che possono alzarsi in qualsiasi momento e interrompere ogni attività.

No jacket, no helmet, no Rhino. Niente giubbotto antiproiettile, niente elmetto, niente Rhino. Le indicazioni del giovanissimo militare statunitense sono semplici: “Per l’intero tragitto i cellulari vanno tenuti spenti per evitare di attivare le mine anticarro. Prima di sparare rompete il vetro… E ora, chiunque abbia un’arma la carichi”. Lo dice con un sorriso che vuol dire abitudine, noia e rassegnazione, i sentimenti più diffusi tra i militari americani - prevalentemente di origine messicana o asiatica – con i volti da bambino. Tu, che invece sei al primo viaggio sul “rinoceronte”, il mezzo superblindato prodotto dall’italiana Iveco e scortato da quattro hammer modificati che trasporta le persone dall’Aeroporto Internazionale di Baghdad all’IZ, ti guardi intorno e conti mentalmente quante persone hanno “il colpo in canna”. Un cappellano militare invita tutti a pregare, prima che il conducente giri la chiave e spinga il piede sull’acceleratore. Quarantacinque minuti di pura adrenalina sulla Route Irish, la strada più pericolosa del mondo, quella dove è rimasto ucciso Nicola Calipari. Il silenzio è irreale, gli sguardi cercano, attraverso i finestrini oscurati, tracce della città “normale”, le mille e una notte perdute tra check point e crateri lasciati dalle esplosioni più o meno recenti. Quando il Rhino varca il primo confine della IZ, il respiro torna a farsi più rilassato e si può cominciare a slacciare la cinghia dell’elmetto.

Alla Rhino Station, il responsabile dei permessi per l’ingresso nell’area ci accoglie ricordando che in questa zona si è “protetti ma non sicuri” e spiega le misure di force protection americane, in parole povere cosa fare in caso di attacco con colpi di mortaio, quelli annunciati dalla sirena e dalla voce metallica che ripete per tre volte l’“incoming” e il “duck and cover”. Come dire “dattela a gambe e cerca un riparo”.

Benvenuti a Baghdad, almeno la Baghdad che potrete effettivamente conoscere. Perché alla fine se sei un civile, sei italiano e sei donna è qui che trascorrerai il tuo tempo: nei container disposti in file parallele di fronte a quello che era il Palazzo della Guardia Repubblicana irachena ai tempi di Saddam Hussein e che oggi ospita l’Ambasciata statunitense e il Greenbean, un bar aperto 24 ore su 24 dove militari di tutte le nazionalità, impiegati degli uffici diplomatici e contractors si ritrovano per chiacchierare, bere un caffè, leggere i giornali o navigare su internet, camminando laddove il rais arringava il suo esercito personale, ignorando – o facendo finta di farlo – le eli-ambulanze che, poco sopra le loro teste, trasportano da ogni parte del paese i militari feriti in maniera più grave, quelli per cui non sono sufficienti le cure dei pur efficienti e moderni ospedali da campo.

E non riesci a capirlo neanche quando incontri gli iracheni. Quelli autorizzati a entrare, quelli che qui ci lavorano, quelli che in quest’area, definita internazionale, hanno la sede del loro governo, del loro parlamento, dei loro ministeri. Ti raccontano della vita fuori, delle volte che l’autobomba è esplosa proprio un istante dopo il loro passaggio, dei parenti morti in un attentato e di quelli uccisi da Saddam. E tu immagini come deve essere la vita al di là del ponte, provi a trasformare il rumore lontano delle esplosioni in nomi,volti e storie. Quelle di Alì, Nina, Adnan… Ti guardi intorno e pensi a come doveva essere questa zona quando i busti di Saddam facevano ancora mostra di loro sulla facciata del palazzo presidenziale che oggi ospita gli uffici dell’ambasciata americana, e non erano stati ancora messi a faccia in giù di fronte ai mezzi americani, a ulteriore simbolica umiliazione del rais. In quello stesso palazzo, nel salone centrale, sotto il gigantesco lampadario che sembra girare su se stesso lentamente ma inesorabilmente, puoi fare colazione, leggere Stars and stripes, il quotidiano gratuito delle forze armate americane, frequentare un corso di ballo latino americano, andare al cinema, persino seguire la finale del Superbowl in mezzo ai tifosi dei Giants di New York e dei Patriots di New England. A trasmettere l’evento sportivo è Armed Forces Networks che al momento dell’inno nazionale rimanda le immagini dei militari statunitensi a Camp Liberty, Camp Democracy, Camp Freedom, le basi sparse tra Baghdad, Falluja e Najaf…. Il mondo, per i militari americani, comincia e finisce in Iraq.

Tra un tempo e l’altro ci si alza per andare a prendere un caffè. Il ragazzo dietro il bancone non ha neanche venti anni. I lineamenti, la carnagione e l’accento non forniscono indizi sufficienti a capire da dove provenga. Così glielo chiedo. “Dal Nepal” risponde con un sorriso e poi mi propone un abbonamento per 10 caffè. “Se non la consumi tutta qui – dice nel suo inglese scolastico ma corretto – puoi sempre usarla a Kabul”. Gli spiego che non mi fermerò qui molto a lungo, che al momento non è in programma un viaggio in Afghanistan e che una delle fortune di essere una donna civile italiana nella IZ è che è abbastanza facile che sia qualcun altro a pagare per il tuo caffè. Evito di dirgli che l’espresso del Green Bean - il marchio che gestisce i bar nelle basi militari americane in Afghanistan, Iraq, Kyrgyzstan, Kuwait, Qatar, Uzbekistan, e Djibouti e la cui mission è “onorare le donne e gli uomini il cui coraggio e sacrificio per la libertà non può neppure essere misurato e cui forniamo un rifugio di pace e tranquillità nelle zone più pericolose del mondo” – non è esattamente il mio preferito. Non penso si offenderebbe. Lui è qui per lavorare, per mandare a casa uno stipendio che è anche cinque volte quanto guadagnerebbe con un lavoro più qualificato nel suo paese. Agli allarmi che annunciano l’arrivo di missili e granate non ci pensa. Non pensa al fatto che un americano chiederebbe per lo stesso lavoro in un contesto tanto pericoloso almeno tre volte la sua paga. O magari ci pensa perché se non fosse così lui non sarebbe qui. Dinesh è un contractor ma non appartiene alla categoria di cui spesso si riempiono le cronache a proposito del conflitto in Iraq. Non si occupa di sicurezza come gli uomini della Blackwater, alcuni dei quali lo scorso settembre si sono resi responsabili della morte di civili iracheni nelle strade di Baghdad senza che vi fosse stata un’effettiva minaccia. Dinesh prepara i caffè per il personale civile e militare che, come me, opera e dorme all’interno del territorio dell’Ambasciata statunitense nella International Zone. Lui pensa solo che prima o poi tornerà a casa e potrà impiegare i soldi guadagnati in Iraq per costruirsi una vita nel suo paese. Come tanti altri come lui lascerà questa Babele di lingue, razze e religioni sotto le bombe, portando con se tante storie da raccontare. Come quella che racconterà un altro ragazzo nepalese che, seduto nell’autobus che collega le varie zone dell’immensa base di Camp Stryker da cui partono i militari che vanno a combattere a Najaf, Fallujah o Ramadi, cerca di spiegare dove sia il Nepal a un ragazzo americano in divisa. A ogni tentativo di indicargli confini o luoghi vicini più noti il soldato semplice Ramirez scuote la testa perplesso. Neanche l’intervento dell’ufficiale dell’Aeronautica militare italiana gli è di aiuto. In un inglese con forte accento messicano a un certo punto interrompe tutti: “a dire il vero io non bene neanche dove sia l’Iraq” osserva. E il ragazzo nepalese aggiunge: “prima di venire qui non lo sapevo neanche io”.

La vita nella Baghdad sicura è questa, a contatto con persone che, una volta lasciata la IZ, potrebbero essere rapite o uccise da un’autobomba. Qui non c’è bisogno di mettere la sveglia, perché ci pensa l’insurgent delle sei con la sua granata. Il tempo libero viene diviso tra la palestra, il Green Bean, il pub e le feste più o meno ufficiali e le connessioni internet per parlare con amici e familiari a casa.

La mensa della KBR – una delle tante società di Donald Rumsfeld che qui gestiscono il supporto logistico alle truppe statunitensi –finisce con il riassumere il gigantesco paradosso iracheno. Sui banconi del self service c’è di tutto: dai menù per cardiopatici a quelli per malati di diabete, ogni gusto di gelato, noccioline, meloni bianchi e rossi, frutta lucida come nella natura morta di un pittore dilettante, ogni genere di bevanda non alcolica. Si può mangiare tutto ciò che si vuole, a patto che prima di entrare ci si lavi le mani e che quando si esce si svuoti il vassoio. Si può persino mangiare sul bordo della piscina del palazzo presidenziale o farci il bagno, bere qualcosa in compagnia, fare una grigliata o mangiare gli spaghetti di fronte al proprio container, partecipare agli incontri di lettura della Bibbia o ai corsi di lingua araba organizzati dall’ambasciata Usa… mentre fuori l’altra Baghdad si confronta con i relativi successi della strategia di Petraeus, ma continua a contare le autobomba e le morti violente, senza distinzione tra civili e militari, donne, uomini e bambini…




permalink | inviato da alzataconpugno il 24/3/2008 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

22 marzo 2008

La mia prima volta...

... su L'Espresso a pagina 92... Ai piedi di un articolo tradotto dal Newsweek... Un po' tagliato (talvolta in maniera discutibile, ma tant'è...) ma accidenti è pur sempre L'Espresso...




permalink | inviato da alzataconpugno il 22/3/2008 alle 19:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

7 marzo 2008

Situazioni paradossali...

Location: negozio di abbigliamento frequentato abitualmente (soprattutto dalla mia carta di credito...)

Orario: pausa pranzo

Situazione: l'occhio cade su un bel vestito rosso primaverile... Nonostante il clima decido di entrare e provarlo...

Io: Vorrei provare quell'abito.

Commessa: le vado a prendere la sua taglia...

Dopo un po' arriva con una 46. La guardo un po' perplessa (con tutto il rispetto per chi porta la 46...).

Io: Scusi ma io dei vostri vestiti porto la 42.

Commessa: si ma questo veste pochissimo. Ho appena dato ad una anoressica (che gentile apprezzamento n.d.r.) una 44, figuriamoci se lei alta com'è porta la 42...

Guardo il vestito ed entro nel camerino spiazzata dalla frase... Indosso l'abito (che ovviamente è larghissimo) ed esco a guardarmi allo specchio... La commessa mi guarda scocciata.

Commessa: Vabbè le prendo la 44.

Io: Scusi, ma perchè non mi porta la 42?

Sbuffando ritorna con la 42 che, infatti, risulta essere la mia taglia. Provo due modelli simili tra loro, uno dei quali mi sta un po' meno bene e mi fa sembrare la protagonista di un film anni '50...

Commessa: lo vede che è grassa?

Penso di aver capito male e (ostinata come sono) le chiedo di provare un altro vestito primaverile identico, come modello, a quello invernale che indosso e che è taglia 42. A tale proposito le mostro l'etichetta. La commessa parte e ritorna con la taglia 44.

Commessa: tanto la 42 non le sta.

Indosso la 44 che ovviamente è larga sulla vita e sui fianchi. Così le chiedo di provare "per sicurezza" la 42.

Commessa: la 42 blu non c'è. Le porto la 42 rossa perchè il modello bianco non mi sembra proprio il caso che lo provi, visto com'è fatta...

Beh a quel punto tutto il mio autocontrollo è decisamente saltato...

Io: mi scusi ma ha finito di insultarmi? Sono alta 1.80 e peso 63 chili, le sembro grassa?

Sono entrata nel camerino, mi sono cambiata , ho preso tutti i vestiti e gliel'ho buttati addosso...

Morale della favola: spero solo fossimo entrambe in sindrome pre-mestruale... altrimenti bisogna proprio arrendersi all'incompatibilità tra donne, in determinate situazioni...

 




permalink | inviato da alzataconpugno il 7/3/2008 alle 17:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (37) | Versione per la stampa
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