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31 luglio 2008

Viaggio in Ciad. Laggiù dove scompaiono le ombre

 Ci vogliono quattro ore di volo per arrivare ad Abechè. Lo stesso tempo che impiegano i voli charter a raggiungere le spiagge di Hurgada e Marsa Alam sul Mar Rosso. Lo stesso tempo che impiega un C17 – l’aereo militare che gli statunitensi utilizzano per il trasporto di truppe e mezzi – per arrivare all’Aeroporto Internazionale di Baghdad.
Ma Abechè non ha il mare che i turisti italiani amano tanto. E non ha neanche la visibilità della capitale irachena o il suo glorioso passato, la magia delle mille e una notte confusa in un mare di hammer color sabbia ed M16 spianati.
Abechè, quarta città più grande del Ciad e capoluogo della provincia di Ouaddai, non fa notizia. Non fa notizia nonostante le condizioni in cui vive la sua popolazione, la cui speranza di vita va difficilmente oltre i 40 anni e che – come sostengono le proiezioni abbastanza realistiche delle organizzazioni sanitarie internazionali – si confrontano con la pandemia dell’Aids che qui colpisce quasi la metà degli individui. Non fa notizia nonostante i pick up carichi di uomini ed Rpg – le armi portatili anti-carro - che attraversano strade rese ancora più polverose da una stagione delle piogge che tarda, ormai da oltre un mese, ad arrivare. Non fa notizia nonostante qui vi sia un conflitto mai dichiarato apertamente e strettamente legato a quello in atto nella confinante regione del Darfur che – con la sua etichetta di “guerra dimenticata” ormai assurta a slogan internazionale – si merita molta più visibilità e suscita maggiore interesse.
Eppure sulla piccola e dissestata pista dell’aeroporto, dove non è raro veder passare alcuni gruppi di capre smagrite in cerca di un luogo adatto al pascolo, stazionano velivoli bianchi con la scritta UN in evidenza accanto ai Mirage, gli aerei da caccia dell’aviazione militare francese. Eppure pochi metri oltre i velivoli in attesa dei loro equipaggi, si trova una base militare – Camp Croci – funzionante per l’Operazione francese “Epervier” e al cui interno lavora un contingente nazionale italiano, circa 100 militari provenienti da tutte le forze armate e inquadrati nella missione dell’Unione europea di transizione Eufor “Chad-Rca” che opera in stretto coordinamento con la presenza multidimensionale delle Nazioni Unite nella zona est del Ciad e nel nord-est della Repubblica Centrafricana. La struttura ospedaliera da campo è ospitata sotto alcune tende nei pressi dell’ingresso della base. Al suo interno non manca nulla: apparecchi radiografici, sala operatoria, ambulatorio e pronto soccorso, rianimazione, piccoli reparti di degenza e il sorriso dei “ragazzi”, di ogni ordine e grado, che prestano la loro opera tutti i giorni con temperature che possono anche superare i 60 gradi, e che ti dicono “però non c’è tanta umidità”, offrendoti un caffè fatto rigorosamente con la moka portata qui dall’Italia.
La Task Force “Ippocrate” - questo è il “nome di battaglia” del contingente nazionale – secondo il mandato iniziale avrebbe dovuto garantire esclusivamente il sostegno sanitario a favore del personale della missione EUFOR, dell’operazione delle Nazioni Unite denominata Minurcat e dei civili eventualmente feriti durante lo svolgimento delle attività militari in tali ambiti. Ma agli italiani del corpo sanitario militare e al personale di staff, presente a supporto del dispositivo medico e del quartier generale, è bastato visitare una sola volta il vicino ospedale civile di Abechè per decidere che una struttura in grado di fornire cure sanitarie con livelli qualitativi pari agli standard europei non poteva limitarsi ai compiti inizialmente stabiliti. Così da giugno di quest’anno l’ospedale ha aperto un ambulatorio per assistere la popolazione locale, quella stessa che all’ospedale civile – rigorosamente a pagamento – non trova neanche le apparecchiature per la diagnostica più elementare. I civili vengono inviati presso la struttura militare dal dott. Pius Knecht, medico e avvocato svizzero che fa parte di una piccola task force civile finanziata dai fondi europei attraverso la cooperazione tedesca. Pius scuote la testa quando gli si chiede come si lavora in Ciad, lui che è stato in Afghanistan e Libano: “qui regna solo la corruzione. Nell’ospedale civile ci sono persone che operano senza essere medici e si fanno pagare. Ed è impossibile avere il controllo della struttura, così come è impossibile individuare le patologie e fornire la terapia perché non abbiamo strumentazione e medicinali. La gente non ha fiducia in questa struttura perché sa che una volta entrati nella maggior parte dei casi non se ne esce vivi”. Dove finiscano i soldi stanziati per l’ospedale Pius non lo sa, o forse lo immagina, ma non vuole dirlo… Forse sono fermi ad N’djamena, la capitale del paese, o magari già sul conto di qualche governativo in nome della difesa del paese dai ribelli, appoggiati dal vicino Sudan, che a febbraio hanno attaccato anche il palazzo presidenziale.
Di certo che c’è che di fronte alle camerate piene di letti e corpi umani, di bambini che soffrono – e nella maggior parte dei casi muoiono – per la denutrizione, di fronte alle donne che, con grande dignità e in silenzio, vegliano sui parenti ricoverati, gli italiani hanno chiesto – e ottenuto non senza qualche difficoltà nel superare le perplessità generali, e quelle dei francesi in particolare – l’autorizzazione da parte dell’Unione europea a svolgere presso il loro ospedale assistenza umanitaria nelle mattine del martedì, del giovedì e del sabato. La restrizione principale è quella di non impegnarsi in interventi che abbiano una durata troppo lunga, poiché la precedenza viene comunque data al personale militare e civile delle missioni, ivi compreso quello ciadiano. E può accadere, come è già successo, di trovarsi improvvisamente a dover fronteggiare un’emergenza con 80 persone con ferite da razzi ed rpg, corpi sdraiati nell’hangar del vicino aeroporto in attesa del triage, codici e colori che stabiliscono priorità di cura e speranze di sopravvivenza.
È grazie a questi uomini – attualmente comandati dal colonnello Angelo Turi, guidati nelle attività mediche dal colonnello medico Giuseppe Caldarelli e supportati dagli uomini del reparto di sanità del 6° reggimento di manovra al comando del Ten. Col. Giuseppe Morsellino - che il piccolo Osman, cinque anni, può sorridere, accanto alla sorellina e alla madre, reggendosi in bilico sulle stampelle. Ha perso una gamba dal ginocchio in giù, in seguito al morso di un serpente. La famiglia non aveva i soldi per portarlo in ospedale e ha provato a farlo curare da un guaritore locale. Osman stava per morire, ma i medici italiani gli hanno salvato la vita, anche se non hanno potuto fare nulla per la gamba… Ma lui continua a sorridere a tutti, gioca con i medici e gli infermieri che gli hanno insegnato qualche parola in italiano e che si sono rivolti alla Croce Rossa Internazionale per fargli avere un arto artificiale. Si lascia fotografare a patto che gli si mostri il risultato e ride quando vede l’immagine della sorellina sullo schermo della macchina fotografica. È diventato interista nonostante indossi una maglietta un po’ stinta del Chelsea, perché il colonnello medico precedente tifava per i neroazzurri… ora quello nuovo, subentrato da poco, cerca di convertirlo invano alla fede milanista. Osman non piange e non ti chiede nulla, con le stampelle è diventato bravissimo e veloce. Ogni tanto osserva il suo moncherino avvolto nella garza bianca, poi ti guarda e sorride e, se sta mangiando qualcosa, te la offre allungando la manina. “Sai che hai l’età di mio figlio?” gli dice un giovane ufficiale con il camice verde… Poi, rivolgendosi direttamente a me, osserva: “E’ diventato la nostra mascotte”. Come lo fu il piccolo Mustafà che in Libano, ai tempi della prima missione guidata dal generale Angioni, venne adottato dal contingente italiano e dall’allora presidente Sandro Pertini.
Essere considerati “italiani brava gente” non è poi così male come qualcuno sostiene, soprattutto ad Abeché dove, per la latitudine, le ombre scompaiono e forse la vita è difficile ma, paradossalmente, più vera...




permalink | inviato da alzataconpugno il 31/7/2008 alle 18:29 | Versione per la stampa
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