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La versione lunga...

... dell'articolo pubblicato su L'Espresso di questa settimana a pagina 92 (repetita juvant per l'autopromozione : )

All’inizio gli americani l’avevano battezzata Green Zone, zona verde, in contrapposizione con l’area rossa dove nessuno poteva considerarsi al riparo dagli attacchi degli insurgents. Rajiv Chandrasekaran, giornalista del Washington Post, l’ha descritta nel libro “Imperial life in the Emerald City, in cui il settore sicuro della capitale irachena appare con tutte le sue contraddizioni e le sue ambiguità. Oggi l’area di Baghdad, che un tempo fu palcoscenico delle gesta di Saddam Hussein, si chiama International Zone o più semplicemente, utilizzando gli acronimi che contraddistinguono il linguaggio degli americani, IZ. Vivere, anche per pochi giorni, in questo pezzo di Iraq che non appartiene più agli iracheni, è come trovarsi in una di quelle palle di vetro con la neve. Un paradosso osservato con superficiale curiosità dal nostro paese - dopo la conclusione della missione Antica Babilonia e nonostante la permanenza dei militari italiani della Nato Training Mission - dove ai fiocchi candidi si sostituisce la polvere gialla e persistente del deserto e delle tempeste che possono alzarsi in qualsiasi momento e interrompere ogni attività.

No jacket, no helmet, no Rhino. Niente giubbotto antiproiettile, niente elmetto, niente Rhino. Le indicazioni del giovanissimo militare statunitense sono semplici: “Per l’intero tragitto i cellulari vanno tenuti spenti per evitare di attivare le mine anticarro. Prima di sparare rompete il vetro… E ora, chiunque abbia un’arma la carichi”. Lo dice con un sorriso che vuol dire abitudine, noia e rassegnazione, i sentimenti più diffusi tra i militari americani - prevalentemente di origine messicana o asiatica – con i volti da bambino. Tu, che invece sei al primo viaggio sul “rinoceronte”, il mezzo superblindato prodotto dall’italiana Iveco e scortato da quattro hammer modificati che trasporta le persone dall’Aeroporto Internazionale di Baghdad all’IZ, ti guardi intorno e conti mentalmente quante persone hanno “il colpo in canna”. Un cappellano militare invita tutti a pregare, prima che il conducente giri la chiave e spinga il piede sull’acceleratore. Quarantacinque minuti di pura adrenalina sulla Route Irish, la strada più pericolosa del mondo, quella dove è rimasto ucciso Nicola Calipari. Il silenzio è irreale, gli sguardi cercano, attraverso i finestrini oscurati, tracce della città “normale”, le mille e una notte perdute tra check point e crateri lasciati dalle esplosioni più o meno recenti. Quando il Rhino varca il primo confine della IZ, il respiro torna a farsi più rilassato e si può cominciare a slacciare la cinghia dell’elmetto.

Alla Rhino Station, il responsabile dei permessi per l’ingresso nell’area ci accoglie ricordando che in questa zona si è “protetti ma non sicuri” e spiega le misure di force protection americane, in parole povere cosa fare in caso di attacco con colpi di mortaio, quelli annunciati dalla sirena e dalla voce metallica che ripete per tre volte l’“incoming” e il “duck and cover”. Come dire “dattela a gambe e cerca un riparo”.

Benvenuti a Baghdad, almeno la Baghdad che potrete effettivamente conoscere. Perché alla fine se sei un civile, sei italiano e sei donna è qui che trascorrerai il tuo tempo: nei container disposti in file parallele di fronte a quello che era il Palazzo della Guardia Repubblicana irachena ai tempi di Saddam Hussein e che oggi ospita l’Ambasciata statunitense e il Greenbean, un bar aperto 24 ore su 24 dove militari di tutte le nazionalità, impiegati degli uffici diplomatici e contractors si ritrovano per chiacchierare, bere un caffè, leggere i giornali o navigare su internet, camminando laddove il rais arringava il suo esercito personale, ignorando – o facendo finta di farlo – le eli-ambulanze che, poco sopra le loro teste, trasportano da ogni parte del paese i militari feriti in maniera più grave, quelli per cui non sono sufficienti le cure dei pur efficienti e moderni ospedali da campo.

E non riesci a capirlo neanche quando incontri gli iracheni. Quelli autorizzati a entrare, quelli che qui ci lavorano, quelli che in quest’area, definita internazionale, hanno la sede del loro governo, del loro parlamento, dei loro ministeri. Ti raccontano della vita fuori, delle volte che l’autobomba è esplosa proprio un istante dopo il loro passaggio, dei parenti morti in un attentato e di quelli uccisi da Saddam. E tu immagini come deve essere la vita al di là del ponte, provi a trasformare il rumore lontano delle esplosioni in nomi,volti e storie. Quelle di Alì, Nina, Adnan… Ti guardi intorno e pensi a come doveva essere questa zona quando i busti di Saddam facevano ancora mostra di loro sulla facciata del palazzo presidenziale che oggi ospita gli uffici dell’ambasciata americana, e non erano stati ancora messi a faccia in giù di fronte ai mezzi americani, a ulteriore simbolica umiliazione del rais. In quello stesso palazzo, nel salone centrale, sotto il gigantesco lampadario che sembra girare su se stesso lentamente ma inesorabilmente, puoi fare colazione, leggere Stars and stripes, il quotidiano gratuito delle forze armate americane, frequentare un corso di ballo latino americano, andare al cinema, persino seguire la finale del Superbowl in mezzo ai tifosi dei Giants di New York e dei Patriots di New England. A trasmettere l’evento sportivo è Armed Forces Networks che al momento dell’inno nazionale rimanda le immagini dei militari statunitensi a Camp Liberty, Camp Democracy, Camp Freedom, le basi sparse tra Baghdad, Falluja e Najaf…. Il mondo, per i militari americani, comincia e finisce in Iraq.

Tra un tempo e l’altro ci si alza per andare a prendere un caffè. Il ragazzo dietro il bancone non ha neanche venti anni. I lineamenti, la carnagione e l’accento non forniscono indizi sufficienti a capire da dove provenga. Così glielo chiedo. “Dal Nepal” risponde con un sorriso e poi mi propone un abbonamento per 10 caffè. “Se non la consumi tutta qui – dice nel suo inglese scolastico ma corretto – puoi sempre usarla a Kabul”. Gli spiego che non mi fermerò qui molto a lungo, che al momento non è in programma un viaggio in Afghanistan e che una delle fortune di essere una donna civile italiana nella IZ è che è abbastanza facile che sia qualcun altro a pagare per il tuo caffè. Evito di dirgli che l’espresso del Green Bean - il marchio che gestisce i bar nelle basi militari americane in Afghanistan, Iraq, Kyrgyzstan, Kuwait, Qatar, Uzbekistan, e Djibouti e la cui mission è “onorare le donne e gli uomini il cui coraggio e sacrificio per la libertà non può neppure essere misurato e cui forniamo un rifugio di pace e tranquillità nelle zone più pericolose del mondo” – non è esattamente il mio preferito. Non penso si offenderebbe. Lui è qui per lavorare, per mandare a casa uno stipendio che è anche cinque volte quanto guadagnerebbe con un lavoro più qualificato nel suo paese. Agli allarmi che annunciano l’arrivo di missili e granate non ci pensa. Non pensa al fatto che un americano chiederebbe per lo stesso lavoro in un contesto tanto pericoloso almeno tre volte la sua paga. O magari ci pensa perché se non fosse così lui non sarebbe qui. Dinesh è un contractor ma non appartiene alla categoria di cui spesso si riempiono le cronache a proposito del conflitto in Iraq. Non si occupa di sicurezza come gli uomini della Blackwater, alcuni dei quali lo scorso settembre si sono resi responsabili della morte di civili iracheni nelle strade di Baghdad senza che vi fosse stata un’effettiva minaccia. Dinesh prepara i caffè per il personale civile e militare che, come me, opera e dorme all’interno del territorio dell’Ambasciata statunitense nella International Zone. Lui pensa solo che prima o poi tornerà a casa e potrà impiegare i soldi guadagnati in Iraq per costruirsi una vita nel suo paese. Come tanti altri come lui lascerà questa Babele di lingue, razze e religioni sotto le bombe, portando con se tante storie da raccontare. Come quella che racconterà un altro ragazzo nepalese che, seduto nell’autobus che collega le varie zone dell’immensa base di Camp Stryker da cui partono i militari che vanno a combattere a Najaf, Fallujah o Ramadi, cerca di spiegare dove sia il Nepal a un ragazzo americano in divisa. A ogni tentativo di indicargli confini o luoghi vicini più noti il soldato semplice Ramirez scuote la testa perplesso. Neanche l’intervento dell’ufficiale dell’Aeronautica militare italiana gli è di aiuto. In un inglese con forte accento messicano a un certo punto interrompe tutti: “a dire il vero io non bene neanche dove sia l’Iraq” osserva. E il ragazzo nepalese aggiunge: “prima di venire qui non lo sapevo neanche io”.

La vita nella Baghdad sicura è questa, a contatto con persone che, una volta lasciata la IZ, potrebbero essere rapite o uccise da un’autobomba. Qui non c’è bisogno di mettere la sveglia, perché ci pensa l’insurgent delle sei con la sua granata. Il tempo libero viene diviso tra la palestra, il Green Bean, il pub e le feste più o meno ufficiali e le connessioni internet per parlare con amici e familiari a casa.

La mensa della KBR – una delle tante società di Donald Rumsfeld che qui gestiscono il supporto logistico alle truppe statunitensi –finisce con il riassumere il gigantesco paradosso iracheno. Sui banconi del self service c’è di tutto: dai menù per cardiopatici a quelli per malati di diabete, ogni gusto di gelato, noccioline, meloni bianchi e rossi, frutta lucida come nella natura morta di un pittore dilettante, ogni genere di bevanda non alcolica. Si può mangiare tutto ciò che si vuole, a patto che prima di entrare ci si lavi le mani e che quando si esce si svuoti il vassoio. Si può persino mangiare sul bordo della piscina del palazzo presidenziale o farci il bagno, bere qualcosa in compagnia, fare una grigliata o mangiare gli spaghetti di fronte al proprio container, partecipare agli incontri di lettura della Bibbia o ai corsi di lingua araba organizzati dall’ambasciata Usa… mentre fuori l’altra Baghdad si confronta con i relativi successi della strategia di Petraeus, ma continua a contare le autobomba e le morti violente, senza distinzione tra civili e militari, donne, uomini e bambini…

Pubblicato il 24/3/2008 alle 20.52 nella rubrica Diario.

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