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E allora: attacchiamo la Kamchakta!

 Decisamente non siamo gli Stati Uniti (ma, in questi ultimi tempi, se sia meglio o peggio non è che sia proprio chiaro), e le nostre campagne elettorali non si giocano o si risolvono su questioni di politica estera. In fondo non siamo, e soprattutto non ci sentiamo, un paese in guerra, e ancora stentiamo a pensare che le crisi in Afghanistan, Iraq, Libano e, persino, nei vicinissimi Balcani possano effettivamente “attentare” alla nostra sicurezza, reale o percepita che essa sia…
Ogni tanto però le tematiche internazionali fanno capolino anche nelle nostre agende elettorali: in qualche dichiarazione di aspirante ministro degli Affari Esteri o della Difesa, per darsi un tono o – più semplicemente e frequentemente – per dire che quello che hanno fatto gli “altri” era chiaramente sbagliato. Tra il “buco della sinistra”, la “tristezza” di Veltroni, le precarie che devono sposare i miliardari (soprattutto se figli del possibile futuro Presidente del Consiglio… ma allora a Berlusca non piace la Toffanin!!??), le cordate fantasma per salvare l’Alitalia, il sospetto di “inciuci” e “larghe intese”, ecco finalmente comparire la politica del risiko! Per dirla con le parole dell’ex ministro della Difesa del governo Berlusconi, Antonio Martino: se il Popolo della Libertà (e la confusione – e il desiderio recondito di non credere che un movimento politico possa utilizzare nel XXI secolo tale definizione - è tale che ho dovuto cercare su google la versione estesa dell’acronimo PdL!) vince le elezioni del 13 e 14 aprile, ci ritiriamo dal Libano e torniamo in Iraq!…
E perché, invece, non attacchiamo la Jacuzia o la Kamchakta? Soprattutto in considerazione del fatto che quest’ultima penisola è l’unico posto dell’ex Unione Sovietica da cui si possono attaccare gli Stati Uniti… ah il “meraviglioso” mondo della Guerra Fredda dove tutto era così semplice e chiaro, quando l’”inciucio” si chiamava Manuale Cencelli e, in fondo in fondo, aveva la sua dignità…
La confusione dei nostri politici in fatto di politica estera è tale che le strategie del Risiko sembrano avere maggiore dignità, persino nel caso in cui più nostalgici sceglievano i carriarmatini rossi e, ignorando deliberatamente l’obiettivo loro assegnato, si lanciavano alla conquista dell’intero globo terraqueo…
Nazioni Unite, Unione europea, Nato, Coalizione dei volenterosi: chi sono costoro per coloro che si spacciano – in maniera pressoché trasversale a tutti i raggruppamenti, partiti e movimenti – come esperti di politica internazionale riempiendosi la bocca di termini come peacekeeping, contro-insurgenza e guerra asimmetrica? Il futuro probabile Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per cercare di distrarre l’attenzione dalle dichiarazioni di Martino, ci ha reso partecipe del fatto che a lui non sono mai piaciute le Regole d’Ingaggio votate dal governo di sinistra (!!??) per la missione in Libano… Così una volta eletta la sua coalizione provvederà a modificarle… Ci piacerebbe sapere come, in considerazione del fatto che le stesse sono stabilite dalle Nazioni Unite e non certo dai singoli paesi partecipanti che, nella migliore delle ipotesi, possono (come nel caso dell’Afghanistan e delle regole di ingaggio Nato) estrarre una specie di “cartellino rosso” per far rispettare dei caveat (delle norme votate dal parlamento nel rispetto delle scelte politiche specifiche del paese) restrittivi rispetto a quanto stabilito dalla coalizione di appartenenza…
In uno scenario internazionale in continuo movimento, in un mondo che diventa sempre più piccolo mettendo in correlazione paesi molto distanti tra loro, non solo dal punto di vista fisico, in cui la minaccia non ha più i connotati di un territorio o di un esercito regolari ma si muove più come i romulani che come i klingoniani di Star Trek, i nostri politici procedono (o, sarebbe meglio dire, restano fermi) per tentativi, confondendo – comincia a essere difficile anche stabilire se volutamente o meno… - missioni di pace e interventi di stabilizzazione e ricostruzione, rincorrendo la politica altrui quando gli altri l’hanno già abbandonata, indecisi se spostare due o tre carriarmatini da una regione a un’altra, più o meno “confinanti”…
Non sono il Libano, l’Afghanistan, l’Iraq, i Balcani o il Chad (eh già, perché per chi non lo sapesse, siamo già in missione da quelle parti…) il problema da affrontare, la questione da collocare in un più ampio disegno generale di scelte di politica estera… L’unica questione è chi ha votato cosa: la destra va in Iraq e la sinistra si ritira, la sinistra va in Libano e la destra vorrebbe andarsene per tornare in Iraq, senza spiegare – davvero e non solo nascondendosi, da una parte e dall’altra, dietro facili slogan o ambiguità assolute – perché lo facciamo e cosa realmente significa…
Si potrebbero organizzare missioni a giorni alterni o, magari, itineranti. Sei mesi a montare e smontare tende e container dimenticandosi del perché lo si fa e del fatto che a farlo sono delle persone di cui nessuno parla mai, a meno che non muoiano…
O più semplicemente entrambe le coalizioni potrebbero inserire tra i punti del loro programma un bell’intervento nella Cita, non fosse altro per sapere finalmente se questo territorio del Risiko esista per davvero...

Pubblicato il 2/4/2008 alle 16.59 nella rubrica Diario.

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